per l’Arte

Per una lettura macroeconomica della mostra di Danila Tkachenko

Testo a cura di Giuseppe Berta (Università Bocconi)

 

Le immagini di lande desolate, di aree urbane desertificate per effetto della de-industrializzazione, degli scheletri giganteschi delle fabbriche del passato rientrano ormai a pieno titolo nella nostra percezione della contemporaneità. Costituiscono l’elemento visivo dei contras che hanno accompagnato, da un lato, la globalizzazione e la nuova geografia del mondo che essa ha generato e, dall’altro, l’avanzata di una tecnologia che sta cambiando alla radice i processi di lavoro. Perché dunque il nostro occhio, ormai aduso a paesaggi da cui si è ritirata l’attività umana, registra un forte senso di spaesamento di fronte all’universo raggelato che ha ritratto Danila Tkachenko? Probabilmente perché il suo discorso artistico e fotografico ci pone dinanzi a una realtà che abbiamo rimosso, nel momento stesso in cui abbiamo rinunciato a capire la grandiosa e per certi versi terribile opera di trasformazione che ha interessato quello che no a trent’anni fa rappresentava il sistema sovietico, poi frammentatosi e articolatosi in una serie di realtà con cui l’Occidente non ha fatto ancora i conti.

Danila Tkachenko ci racconta un mondo che non c’è più, quello della potenza dell’Urss al tramonto, cogliendone con e efficacia straordinaria l’atmosfera di sospensione e di minaccia latente di cui i suoi relitti sono ancora intrisi.
Nel bianco lattiginoso di un inverno perenne si stagliano delle forme che uniscono alla condizione di degrado e di abbandono un’ultima vibrazione di una forza trattenuta, a lungo compressa senza mai essersi espansa compiutamente.Davanti a questa rappresentazione chi abbia il gusto dell’analisi storica non può non interrogarsi ancora una volta sulla caduta dell’impero sovietico e sul suo lascito. Un complesso militare e tecnologico che ostentava un’impressionante capacità offensiva ha subìto un tracollo completo nel giro di pochi anni, lasciando dietro di sé un enorme accumulo di detriti, relegati in quell’aura di sospensione a-temporale che Tkachenko riesce a trasmetterci.

Il crollo sovietico ha delle evidenti, ben note, ragioni storiche. È venuto meno un sistema che coltivava la propensione per le imprese monumentali senza possedere i criteri di efficienza che ne dovevano assicurare il funzionamento. Così la scienza non si tramutava in tecnologia, l’esercizio del potere in consenso, il sovradimensionamento dell’apparato militare in effettiva va politica di potenza. Di qui il crollo.Già, ma il crollo fino a che punto è stato definitivo? In quale misura la storia sovietica continua in modo carsico a percorrere la storia russa dopo il 1991?
Sono queste le domande che a affiorano alla mente quando ci si sofferma sui lacerti del passato sovietico offerti allo sguardo dalle Restricted areas di Danila Tkachenko, strappati all’oblio e restituiti, in certo modo, alla loro presenza inquietante. Una differenza evidente distingue queste testimonianze spesso fisicamente imponenti dai lasciti delle dismissioni industriali dell’Occidente. Mentre sappiamo che i secondi non potranno mai essere resuscitati e che da loro è uscito definitivamente ogni soffio di vita, i primi ci comunicano una volontà di potenza che non è estinta e che la vicenda russa potrebbe far rivivere.

l passato sovietico non è totalmente inerte. Lo è, certo, per quello che attiene alla funzionalità delle sedimentazioni che Danila Tkachenko ha scelto di fissare nella sua opera: nulla di esse appare recuperabile. E tuttavia è la cronaca stessa dei nostri giorni a suggerirci che un po’ di quello spirito imperiale, rappresosi nell’esperienza sovietica, sopravvive dentro la storia russa. Essa non è andata affatto nella direzione che troppo frettolosamente e incautamente era stata pronosticata dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989. Non c’è stato quel riavvicinamento all’Occidente e alla sua cultura che molti osservatori avevano considerato inevitabile dopo la caduta dell’Urss. D’altronde, nemmeno la Cina Popolare che ha aperto i suoi confini al capitalismo per scongiurare un’implosione di tipo sovietico, ha accolto i valori e la cultura occidentale. Si è visto che il mercato, almeno fino a un certo limite, può convivere con una struttura statale onnipervasiva, smentendo così il principio di una totale incompatibilità tra stato e mercato sancito invece dal modello sovietico. Possiamo ben dire oggi che la vocazione imperiale russa sia sopravvissuta alla fase sovietica e lasci presagire nuove incarnazioni. Segno che la volontà di potenza che aveva impregnato i templi del potere rivisti e reinterpretati da Danila Tkachenko è destinata a ridestarsi, una volta sottrattasi all’ibernazione in questi edifici e manufatti grandi e desolati della seconda metà del Novecento.

Intervista a Danila Tkachenko al Festival of Political Photography 2016 – Helsinki, Finland.

Il merito di queste immagini è di richiamarci al fatto che la storia non prevede mai né cancellazioni né rimozioni. Le sue testimonianze più ingombranti possono finire confinate in aree interdette e al pubblico, ma in questo sono simili alle scorie tossiche: isolate e occultate, esse preservano comunque una minaccia latente e, una volta dissotterrate, tornano a essere una minaccia. Appartengono a un mondo che non è scomparso come quello dei dinosauri e che perciò conserva la possibilità di manifestarsi. Il successo che conosce il lavoro artistico una persona non ancora trentenne come Danila Tkachenko, troppo giovane per aver conosciuto la vita sotto il regime sovietico, è tale proprio perché il suo fresh-eye ha saputo porci dinanzi non soltanto a una realtà che avevamo obliato, ma a uno spirito e a una volontà di potenza che, sebbene sospinti ai margini della storia ufficiale, parlano ancora alla nostra attualità col loro timbro inquietante.